STORICIZZAZIONE DELLA GEOARTE

Una formica gigante a Formicola. Riccardo Dalisi. Arch.tto, professore Unicersità Federico II, di Napoli.

Design e Sculture, 9 Luglio 2006

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Si pensa generalmente che l’arte figurativa non abbia bisogno di spiegazioni e che, invece, un Mondrian o un Picasso richiedono commenti ed opportune delucidazioni.
In realtà il commento, la pulsione a parlarne, sia criticamente sia descrittivamente come ha fatto con me Gennaro Di Giovannantonio, facendomi vedere le immagini delle sue opere, sono dovuti, vengono naturali.
Li ho trovati opportuni anche se ad un certo momento ho detto ora è sufficiente, le guardo in silenzio, voglio stare da solo di fronte alle sue opere e voglio poi rifletterci richiamando le emozioni. Ripercorrendone le forme, i chiarori materici, i ritmi, le libertà, le occasionalità naturali, sono entrato in una sorte di mondo a parte.
Un mondo a mezza strada tra natura ed artificio, tra libero istinto e mediano proposito.
In questo vedo la modernità di Di Giovannantonio ricordando i rapporti antichi con lui, già da tempo trascorsi, quando mi conduceva tra carbonai della sua terra, Formicola.
Lì si univano la nostra sensibilità e l’interessamento per il gesto minimo legato al lavoro umile e legato alla montagna ed alla campagna.
Unire un ramo spoglio utilizzandone appieno la forma, l’andamento libero nello spazio, le deviazioni, i mutamenti di spessore. Farne un’utensile ed una copertura, una capanna addirittura.
Quell’interesse, quel costruire qualcosa in bilico tra funzione ed espressione badando più alla pura funzione che al resto ora appare del tutto ribaltato.
Interessa in Di Giovannantonio il cogliere le forme libere e fortemente espressive liberandole dalla funzione (naturale od artificiale che sia). È come proseguire il “gesto” che fa la natura, proseguirne la vitalità.
In questo lo ascriverei tra i “gestuali” perché le sue opere appaiono come derivanti dal liberissimo muoversi della mano creativa nello spazio.
Si legge, si, spesso, la scelta, il groviglio, la radice, ripulita, riequilibrata e poi continuata; essa però è assunta in se stessa, finché è opera del tutto collocata a piena dignità nel mondo dell’arte.
In questo essere in bilico tra natura ed artificio, tra gestualità e riflessione, tra materia e parola sta buona parte del valore d’arte del lavoro di G. Di Giovannantonio, della sua arte. Se noi pensiamo che la stessa arte del dire, la poesia e la letteratura portano con sé il bisogno di commento riflessivo, critico, meditativo, parola che spiega parola, a maggior ragione opera d’artificio che spiega opera di natura trasportando questa in un vizio altro.
Tutto trae ispirazione, forza e compimento da un’esperienza di origine che a sua volta si lega ed esprime un forte vincolo con una terra aspra, con una natura irresistibile della metropoli tutta ritmo, colori e consumi.

Quest’esprimersi di G. Di Giovannantonio cosi vicino al mondo primitivo, tanto che a volte ne sembra una pura ripresa, è il valore d’arte di questo operare nel mondo figurativo.
Controcorrente? In parte, direi, solo in parte, per quel tanto che lo rende interessante.
Sembra anzi aprire una porta, socchiuderla almeno. Infatti coglie un bisogno d’oggi, così appare, il bisogno di ritoccare con mano, con gli occhi e con le mani, quel mondo primigenio da cui deriviamo e da cui sembriamo esserci allontanati non irrimediabilmente.

Gallo, Homo Humus e Seme, Festa del grano, Caiazzo (CE), 2014